Amore caro, sai che di solito uso la penna per scrivere ma stasera non ne ho la forza. Sai anche che spesso scavo nel passato, senza un motivo ben preciso; stasera rileggevo i tweet vecchi, vecchissimi e ho notato una cosa. Ti premetto che odio fare i paragoni ma solo grazie ad essi che sappiamo cosa vogliamo e cosa ci fa stare bene (sappiamo cosa ci piace perché sappiamo cosa non ci piace etc.). Beh è ecco, rileggevo di questo amore che ho vissuto, di questo amore tormentato di questo amore che mi faceva citare frasi come ”sai cosa penso di noi due? sbagliamo a voler resistere alle difficoltà ai cambiamenti” oppure ”ho preferito amare il mio dolore piuttosto che non amarti più”. Immaginavo una vita di sofferenze, di me con tristi sorrisi finti e che avrebbe accettato tutto, perché è giusto così. Amore mio, che bello pensare a frasi come ”vita mia faccio il possibile per noi”, cazzo se è così. Faccio il possibile e anche un pochino di più, per cercare di renderti felice, a volte questo appare sottoforma di appiccicume o accollo, lo so. Il fatto è che temo sempre di dimostrare poco quel che sento e cerco in tutti i modi di esternarlo, con una torta, un bigliettino o un piccolo regalo. Te lo dissi tempo fa, te lo ripeto: mi dai tutti i pretesti per vivere, solo se ci sarai tu nel mio futuro. Perché questo periodo lo vivo come un periodo di transizione, perché sì mi piacerebbe vivere punkettona insieme a mille persone, ma non riesco a imamginare a un futuro diverso da me e te, con una vita comune e banale, non riesco a cercare felicità in altro, se non in te. Stai riuscendo a mandare via tutti i fantasmi del mio passato. Grazie, vita mia, grazie per darmi la possibilità di starti vicino, di amarti. Non potrei desiderare di meglio. Ora vai a dormire, sono le 3.15 di notte e stamattina ti sei svegliato presto per rispondere ad un mio capriccio.
Ciao cucciolo, sei parte di me.
Ti amo.
Si spegne la luce, il buio pesto mi accompagna nel lento movimento delle palpebre mobili che vanno a chiudersi alla ricerca del sonno che spesso non trovano, e allora chiamano Morfeo, urlano aiuto, ma forse è occupato a donare riposo a persone che ne hanno effettivamente bisogno. Finalmente è il turno, grazie Morfeo, grazie. Passa poco tempo e arrivi tu a toccarmi, respirarmi sul collo, a prendermi da dietro e gettarmi su un materasso sudicio di odio e testimone di terribili fatti. Ho paura, grido aiuto. Sento delle mani cingermi i polsi e una voce che mi chiama. Non riesco a distinguere se sia la sua o la Sua. Ho paura. Cerco di liberarmi. Mi sveglio. Riconosco il tuo corpo gracilmente possente. Sento la tua preoccupazione, riconosco il respiro puro anche se assonnato e preoccupato. Inizio a calmarmi, mi cingi. Ora sono al sicuro. Purtroppo questo non basta. Vivo ancora la sua puzza, misto di birra e piscio, sento ancora le sue unghie mal tagliate che mi braccano le braccia. Il suo occhio finto e il suo sguardo cattivo, nutrito dalla mia paura. Lo sento è qui. Sento anche i bambini che non ho e sento quella che vorrei con lui, forse per bilanciare il tutto. Per avere qualcosa che sia frutto di un amore vero e dolce quale il nostro. Nonostante tutto sono una ragazza fortunata.
Ero seduta sul bordo della vasca da bagno; non ero mai arrivata a tanto. Lei
tentò resistenza ma anche questa volta volevo dimostrare di essere più forte, sì più forte ma di chi? Della lametta? Questo pensavo, lo ammetto. Capii dopo che semplicemente volevo essere più forte di me, più forte delle mie paure, del mio dolore, delle mie molteplici ansie. Non mangiavo da giorni, una settimana circa. Vomitavo, vomitavo continuamente, vomitavo sangue e succhi gastrici, non volevo vomitare, non più, quando iniziai a mettermi due dita in gola non credevo avrebbe creato ‘dipendenza’. Mi sentii bene, come se avessi fumato qualcosa, come stendermi su un letto di morbida erba dopo una corsa straziante, del resto le stesse cose le provavo dopo aver vomitato. Ci riuscii, non uscì tanto sangue quanto speravo ma buttò fuori tutte le impurità. Svenni.
Mi risvegliai un po’ dopo, non so quanto, cinque minuti? Due ore? Nessuno si accorse del mio silenzio, nessuno si accorse che non uscii da quel bagno. Entrai nella mia stanza e chiusi a chiave, mi stesi sul letto per riflettere, riflettere e capire, capire e carpire. ‘Perché?’ mi chiesi. Dovevo arrivare alle origini di tutto ciò, dovevo capire il principio di tutti i miei problemi e risolverli. Dovevo dare una svolta alla mia vita.
Mi addormentai profondamente, sognai tutto ciò di brutto che mi accadde nel corso della mia vita.
Io, distesa sul divano-letto aperto in cucina e lui che abbassava la serranda. Lui che si avvicino a me. Poi io in ginocchio, le urla, le lacrime asciutte e dolci, quelle lacrime che non sono mai uscite. ”Stai diventando grande ora”, gemiti, urla, ”ora sei una bimba grande” e di nuovo urla e gemiti. Poi il silenzio, il silenzio più silenzioso che abbia mai odito. Ebbi paura di quel silenzio. Non capii cosa accadde, avevo sei anni.
Mi svegliai urlando, e piangendo, sta volta con lacrime vere. Quelle bagnate e salate, quelle talmente forti che solcano le carni durante la loro scesa.
Non c’è nulla da fare, le cose cambiano, i sentimenti cambiano. Sto aspettando la fine come l’aspetta un malato terminale: sei vivo ma consapevole che di lì a breve morirai.
Amore mio, non parliamo più, non ci capiamo, inizi a ragionare come se fossi da solo. Che colpe ho? Spiegamelo, sono pronta a cambiare, a trovare e provare la cura a questa malattia del silenzio.